Cos’è lo snowfarming e quanto fa bene (o male) alla montagna

Lo scorso 24 agosto, nel centro di Livigno (SO), sono andate in scena due gare molto particolari. Due sfide di sci di fondo disputate in centro città, su neve vera: la 1K Shot e la Gara da li Contrada. Entrambe condotte su 1 km di percorso innevato in pieno centro – la prima destinata agli atleti, la seconda agli amatori – , rappresentano per la località sciistica lombarda una tradizione. E come tale la si cerca di preservare, in un’epoca caratterizzata dal cambiamento climatico. Lo si fa conservando la neve al termine dell’inverno mediante applicazione dello snowfarming. Non si tratta di un caso unico lungo l’arco alpino. Sono molteplici le località sciistiche che hanno adottato negli ultimi anni tale metodica, utile ad anticiparne l’apertura dei comprensori prima delle nevicate invernali. Ma come funziona nel dettaglio? E quali sono i pro e i contro?

Snowfarming: cos’è

“Livigno è tra le destinazioni montane più ricercate in Europa e viene considerata il Piccolo Tibet. Questo evento l’ha trasformata riportandoci indietro nel tempo, alle strade innevate e alle vie piene di sciatori. Un vero miracolo di fine estate”. Queste le parole con cui il sottosegretario con delega a Sport e Giovani di Regione Lombardia Lara Magoni, ha scelto di descrivere l’evento sciistico dell’estate livignasca. Nel centro della cittadina lombarda è stato creato, come ogni agosto, 1 km di pista da sci di fondo, utilizzando circa 3.000 metri cubi di neve. Si può parlare effettivamente di miracolo?

Snowfarming a Livigno
Photo by Fabio Borga licensed under CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/deed.en) – Gentechevainmontagna.it

Molto più semplicemente, lo snowfarming (letteralmente “coltivazione della neve”) rappresenta una rivisitazione di antiche tecniche di stoccaggio della neve. Dalle Alpi alla Sicilia, fino circa a metà del Novecento, in montagna si utilizzavano le cosiddette neviere, zone di raccolta della neve. Talvolta semplici buche nella roccia, in altri casi veri e propri manufatti, venivano sfruttate come alloggiamenti in cui preservare la neve invernale, così da averla a disposizione per l’estate. Perché? Essenzialmente per raffreddare cibi e bevande, e anche le case. Alle neviere si lega inoltre l’origine della tradizione siciliana delle granite.

Uscendo dai nostri confini nazionali, è possibile scoprire simili tradizioni. Ad esempio in Afghanistan la neve viene conservata in pozzi sotterranei per disporre di acqua a scopo irriguo o anche potabile nella stagione estiva. Dunque, conservare la neve per l’estate potremmo dire che non sia una novità, ma ciò che cambia rispetto al passato è lo scopo.

Oggi lo snowfarming viene sfruttato in molteplici località dell’arco alpino (e non solo) per assicurare una riapertura anticipata degli impianti sciistici, senza dover attendere le prime nevi invernali. O anche per consentirne la fruizione estiva occasionale, come nel caso delle gare di Livigno.

A voler essere precisi, vi sono località nel mondo, in cui si assiste a una ripresa dell’antica tradizione con conservazione del suo scopo originale. Anche se in chiave innovativa. Nei Paesi scandinavi, così come in Nord America, Cina e Giappone, si sta infatti puntando all’utilizzo di sistemi di condizionamento che sfruttano la fusione della neve per raffreddare l’aria.

Tornando ai comprensori sciistici, l’applicazione dello snowfarming consente di fatto di disporre di neve quando la neve non c’è. Fuori stagione, un po’ come ormai siamo abituati con la frutta e la verdura sempre disponibili durante tutto l’anno. Ragione per cui non manca di suscitare polemiche sul fronte ambientalista. Di contro alle polemiche, gli esperti del settore evidenziano anche positività di tale tecnica. Per elaborare una visione personale è essenziale avere una panoramica chiara. Proviamoci insieme.

Partiamo con il comprendere in cosa consista nel dettaglio lo snowfarming. Si tratta della realizzazione a fine inverno, in luoghi appositamente dedicati, di grandi mucchi di neve che vengono poi ricoperti con materiale isolante. Si utilizzano a tale scopo sia materiali di natura organica, quali segatura, cippato di legno, trucioli, pacciame o paglia, che inorganici, come teli geotessili o schiume polimeriche. La presenza di questa “coperta” evita la fusione della neve sottostante, che può essere così conservata nei mesi più caldi dell’anno e utilizzata per preparare piste e trampolini per la stagione invernale.

Il potere isolante della copertura dipende dallo spessore dello strato di materiale e dalla sua natura. Ad esempio, “coperte” in grado di riflettere la luce solare (come i teli geotessili) risultano più efficaci rispetto a materiali più scuri, dotati di un minor effetto albedo.

D’altro canto, i materiali organici presentano una elevata capacità di conservare un alto grado di umidità (oltre ad assicurare spessori maggiori). L’acqua in essi contenuta, evaporando nel tempo, consente di raffreddare la superficie del “mucchio” di neve, rallentandone la fusione. Inoltre è importante l’idoneità del sito di stoccaggio, in termini di superficie disponibile, esposizione, ombreggiamento e possibilità di drenaggio dell’acqua di fusione alla base dei cumuli.

Snowfarming: perché piace

Secondo una indagine dell’Istituto per lo studio della Neve e delle Valanghe (SLF) di Davos Dorf (Svizzera, l’adozione della metodica è in netta crescita. Il 90% dei circa 100 gestori di comprensori sciistici e comuni interpellati, lungo l’arco alpino di lingua tedesca e in Scandinavia, ha affermato di conoscere la tecnica. E circa metà ha dimostrato approvazione nei confronti del suo utilizzo. Come evidenziato sul sito stesso di Livigno, la ragione principale di tale atteggiamento positivo nei confronti dello snowfarming da parte dei comprensori, deriva dal fatto che esso si presenti come una valida alternativa all’innevamento artificiale.

L’innevamento artificiale consiste nella produzione di neve mediante macchinari, i cannoni da neve. Come riportato dalla CIPRA (Commissione internazionale per la protezione delle Alpi), tale metodica è stata inizialmente sviluppata per “attenuare alcune “debolezze” dell’innevamento naturale, soprattutto la sua imprevedibilità”. Oggi in molti comprensori la neve artificiale supera quantitativamente quella naturale. Il sistema risulta pienamente efficiente in condizioni di temperatura dell’acqua di massimo 2°C (temperatura garantita dalle torri di raffreddamento dell’impianto) e dell’aria di massimo – 4°C, con umidità inferiore all’80%. A temperature dell’aria più elevate, i costi di produzione superano i benefici.

Snowfarming: perché non piace a tutti

Nella medesima indagine della SLF precedentemente citata, un 14% degli intervistati ha dichiarato di temere che anche lo snowfarming, al pari dell’innevamento artificiale, possa portare vantaggi economici inferiori alla spesa necessaria. A frenarne l’adozione da parte di alcuni comprensori è la mancanza di idonee superfici per lo stoccaggio e/o di quantità di neve invernali sufficienti per assicurare la preparazione delle piste.

Teli geotessili sul ghiacciaio Presena
Photo by AlchemyGarlet licensed under CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/deed.en) – Gentechevainmontagna.it

Lo snowfarming, inteso come “copertura” della neve per limitarne la fusione, trova applicazione sulle Alpi anche in sede glaciale. Alcuni ghiacciai vengono infatti annualmente ricoperti con teli geotessili per limitare la fusione di neve e ghiaccio nei mesi più caldi dell’anno. Ne è un esempio in Italia il ghiacciaio del Presena. Quella che apparentemente potrebbe risultare un’ottima idea per contrastare il cambiamento climatico è in realtà osteggiata da parte della comunità scientifica. Nel gennaio 2022 un folto team di esperti di climatologia e glaciologia ha espresso la propria contrarietà nei confronti della esaltazione di tale pratica sui media, che rischia di diventare puro greenwashing.

Come riportato in una lunga lettera, qui in forma integrale, l’applicazione dei teli geotessili sui ghiacciai comporta una serie di svantaggi. Per l’economia e l’ambiente, a partire dal fatto che si tratti di materiali in grado di rilasciare fibre plastiche. E che non sia un caso se i ghiacciai interessati da tali interventi ospitino piste da sci. “Coprire un ghiacciaio inquinando l’ambiente e consumando risorse – si legge nel testo –  significa perseverare nella stessa miope visione che ha provocato il problema […]. Portare avanti procedure impattanti per mantenere attività economiche che a causa degli stessi cambiamenti climatici saranno sempre più insostenibili è l’opposto dell’adattamento, è accanimento.”

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