Bombole di ossigeno, in quali circostanze diventano necessarie in montagna?

Esiste praticamente da sempre un acceso dibattito tra chi considera l’utilizzo di bombole di ossigeno come una pratica necessaria quando si scalano le vette più alte in montagna e chi, invece, reputa tale azione un vero e proprio doping.

I primi sono i puristi della scalata, quelli che ritengono che per raggiungere una cima sia doveroso ricorrere solamente ai propri mezzi fisici. I secondi sono quelli che pongono solo l’obiettivo finale al primo posto, quelli per cui “il fine giustifica i mezzi”.

Due filosofie di pensiero diverse e che, forse, non troveranno mai una sintesi comune.

Non resta che rispondere, allora, a una domanda: ricorrere all’utilizzo di bombole di ossigeno in montagna è davvero necessario?

Bombole di O2 in montagna: sì o no?

Da un punto di vista scientifico, a cambiare in alta quota non è la quantità di ossigeno presente nell’aria, bensì la pressione parziale.

La quantità di ossigeno che si trova su una vetta di 8.000 metri è la stessa che si trova a livello del mare, mentre a ridursi sensibilmente è la pressione parziale della stessa, la quale diminuisce con l’aumentare della quota.

Bombole di ossigeno
Immagine | Pixabay @manfredrichter- Gentechevainmontagna.it

Quest’ultima può essere spiegata come la pressione che un componente avrebbe nel caso in cui occupasse interamente il volume della miscela d’aria presente alla stessa temperatura, tenendo conto che l’ossigeno presente nell’aria è solamente il 21% della miscela totale che compone l’atmosfera, completata poi da un 78% di azoto, da uno 0,03% di anidride carbonica, da uno 0,81% di argon e per lo 0,2127 da altri gas.

La pressione parziale di ossigeno nell’aria varia, quindi, in maniera inversamente proporzionale all’aumentare della quota, motivo per cui in vetta a montagne molto alte l’organismo umano riceve un apporto di ossigeno minore, talvolta insufficiente (in assenza di un doveroso allenamento fisico, ndr).

A livello del mare, per esempio, la pressione parziale è di 160 mmHg (millimetri di mercurio, ndr), mentre a 3.000 metri di altitudine si abbassa a 110 mmHg.

Ciò comporta un mutamento anche a livello della saturazione nel sangue, ovvero della percentuale di emoglobina, la quale passa dal 98% al 90%.

Ancora più evidenti le differenze che si notano continuando ad aumentare l’altezza di scalata.

A quote comprese tra i 5.000 e i 6.000 metri, la pressione parziale dell’ossigeno scende, per esempio, a 80 mmHg, mentre sull’Everest (montagna più alta al Mondo con i suoi 8.848 metri d’altezza, ndr) essa si abbassa fino a 50 mmHg, ovvero un terzo rispetto a quella registrata a livello del mare.

La saturazione del sangue sulla montagna più alta della Terra arriva poi al 25%, motivo per cui la maggior parte degli scalatori deve ricorrere necessariamente a delle bombole di ossigeno per riuscire a sopportare la fatica e raggiungere la vetta.

Sono, infatti, pochissime le persone che ogni anno riescono a scalare l’Everest senza l’aiuto di qualche bombola d’ossigeno, sebbene diversi alpinisti abbiano dimostrato come sia possibile arrivare fino in cima contando esclusivamente sui propri mezzi fisici.

Anzi, per molti esperti del settore, la pratica di ricorrere all’utilizzo di bombole di ossigeno è un vero e proprio doping. Un imbroglio. Un aiuto a cui deve ricorrere chi non è adeguatamente allenato per affrontare una sfida non da tutti.

Con l’aumentare della quota e la conseguente diminuzione della pressione parziale dell’ossigeno, l’organismo umano inizia a presentare molta meno resistenza a freddo e fatica, risultando più debole.

Per questo, chi non è fisicamente preparato a sostenere l’enorme sforzo fisico richiesto è destinato a ricorrere a degli aiuti esterni (le bombole di ossigeno, ndr), al fine di non perire.

Uno scenario ben spiegato in passato da Paolo Cerretelli, una delle massime autorità mondiali nel campo della medicina d’alta quota:

“Dal punto di vista medico, la prestazione di chi scala una montagna senza ossigeno supplementare è decisamente più impregnativa e di valore. Non c’è alcun dubbio su questo. Un alpinista, respirando dalla bombola, è come se si abbassasse di quota e scalasse quindi in condizioni più favorevoli”.

Utilizzare riserve esterne di ossigeno durante una scalata in alta quota può, quindi, essere di grande aiuto, come sottolineato anche da Annalisa Cogo, ex Presidente della Commissione medica del CAI ed ex Presidente della Società medicina di montagna:

“Osservando la questione da un punto di vista prettamente medico, per l’organismo umano utilizzare riserve d’ossigeno in montagna è sicuramente meglio. Resta un problema etico”.

Come anticipato in precedenza, molti alpinisti considerano, infatti, doping il ricorso a bombole di ossigeno durante una scalata.

L’ossigeno è doping?

Per rispondere, in parte, a questa domanda può essere sicuramente utile ricordare le parole pronunciate in passato da Claudio Marconi, esperto di fisiologia d’alta quota del CNR:

“Usare l’ossigeno nella scalata è paragonabile all’emotrasfusione: entrambi servono a portare maggior quantità di ossigeno ai tessuti e ad aumentare la prestazione. Da quando Messner ha dimostrato che gli ottomila si possono scalare senza ossigeno, tutti gli alpinisti professionisti dovrebbero evitarlo. Se stanno misurando la capacità di azione in ambiente ostile, prendere l’ossigeno equivale a truccare la prestazione”.

Alpinista scala una montagna
Immagine | Unsplash @MikeMarkov – Gentechevainmontagna.it

Del parere analogo anche Giancelso Agazzi, membro della Commissione Medica del CAI di Bergamo:

“L’ossigeno può servire per meglio resistere in alta quota, ma guai pensare che chiunque, usandolo, possa salire sull’Everest senza problemi. Nel momento in cui l’ossigeno dovesse finire, infatti, cosa potrebbe fare uno scalatore se il suo allenamento o l’acclimatazione non fossero idonei? Più che regolamentare l’utilizzo delle bombole di ossigeno, penserei a fare prevenzione, puntando sulla sicurezza: dosaggio corretto, acclimatazione, nozioni di fisiologia dell’alta quota, allenamento. Troppo spesso si sente parlare di tragedie sulle alte montagne della Terra a causa di cattiva conoscenza o di impreparazione”.

È poi importante sottolineare come, purtroppo, sempre più spesso le bombole di ossigeno utilizzate durante le spedizioni sull’Himalaya o sulle vette più alte del Pianeta risultino scadute e ricaricate, ovvero non a norma.

Sempre di più sono, infatti, gli scalatori meno esperti che pagano gli sherpa per essere portati in cima all’Everest, per esempio, ricorrendo anche all’utilizzo di bombole di ossigeno.

Per abbattere i costi, spesso queste bombole vengono riutilizzate più volte e ricaricate impropriamente, con il rischio di risultare difettose e inutilizzabili una volta in alta quota.

Uno scenario che si è verificato più volte sull’Himalaya, mettendo a rischio la vita di diversi alpinisti.

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